stop al greenwashing e benvenuto passaporto digitale dei vestiti
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Stop al Greenwashing! È in arrivo il passaporto digitale - 6 min read

Ormai ne avrete le scatole piene di sentir parlare di inquinamento tessile ed ecosostenibilità nella moda ma c’è una cosa che va festeggiata: l’arrivo del passaporto digitale dei prodotti

Appurato che siamo nel vortice di quello che l’europarlamentare del partito democratico Alessandra Moretti descrive come “Modello del ‘prendere, produrre, smaltire’“, si respira nell’aria una ventata di cambiamento e speranza. 

La questione dello smaltimento dei rifiuti tessili e dell’obsolescenza programmata che vige dietro questo sistema è un qualcosa che non si può più ignorare, soprattutto dal punto di vista europeo. Ecco perché ultimamente si sente parlare molto di “greenwashing” e di cambi di rotta. Vediamo quali novità ci attendono nel settore tessile (italiano e non).

Che cosa si intende per obsolescenza programmata del prodotto?

L’obsolescenza programmata del prodotto è una strategia utilizzata da alcune aziende per rendere i loro prodotti obsoleti o meno duraturi, incoraggiando così i consumatori a sostituirli più frequentemente. Questa pratica ha diverse conseguenze negative, tra cui un aumento dell’inquinamento tessile e un eccesso di capi invenduti destinati alla discarica o alla combustione.

Comprendere l’obsolescenza programmata ci consente di fare scelte più consapevoli e sostenibili, favorendo un consumo responsabile e rispettoso dell’ambiente.

Dove finiscono i capi invenduti?

Ormai siamo abbastanza informati a riguardo. Dopo gli articoli sul Fast Fashion e sulla consapevolezza ecologica che dobbiamo alimentare e un po’ di più, credo che non esistano più segreti. I nostri scarti, “l’invenduto” e le rimanenze, in una società in continua produzione, non fanno altro che accumularsi come un surplus produttivo di cui non si sa cosa farsene.

Nelle migliori delle ipotesi, i capi invenduti vengono rimessi in vendita nei periodi di saldi a prezzi scontati. Superata questa fase, i vestiti non venduti arrivano negli outlet, nei negozi di stock o, addirittura, si possono recuperare tramite annunci stock abbigliamento. L’ultima fase è quella dell’economia circolare in cui gli abiti invenduti vengono donati o riciclati. E vi ricordo che questa era la migliore delle ipotesi!

Nella peggiore delle ipotesi, invece, i capi non venduti vengono mandati altrove, al di là degli oceani, nelle “terre di nessuno”. In realtà, queste terre appartengono a intere popolazioni che, senza poter mettere voce in capitolo, dai paesi industrializzati vedono arrivare ogni giorno carichi e carichi di merce invenduta. La stessa merce che, o viene accumulata in terre deserte usate impropriamente come discariche, o viene incenerita e bruciata incrementando l’inquinamento tessile.

A questo punto la domanda che ritorna ancora una volta è: davvero è necessario produrre così tanto se poi non si sa dove piazzare la merce invenduta, a tal punto da distruggere i vestiti invenduti?

Che cosa si intende con il termine greenwashing?

Il Greenwashing è una pratica che si verifica quando un’azienda o un’organizzazione si presenta come sostenibile e rispettosa dell’ambiente, ma in realtà non adotta misure significative per ridurre il proprio impatto ambientale o sociale. È come un trucco pubblicitario che inganna i consumatori, facendo credere loro che i prodotti o servizi siano più sostenibili di quanto non siano in realtà.

Cos’è il “Greenwashing” di cui si sente parlare molto ultimamente?

Recenti esempi di greenwashing vedono coinvolte aziende come la Colgate, la Coca Cola, il famoso Walmart, H&M e tanti altri ancora. Tutti questi hanno utilizzato immagini “di natura”green” e parole come “ecologico” o “naturale” nei loro annunci pubblicitari, ma senza fornire prove concrete delle proprie azioni ambientali.

Questi sono solo alcuni degli esempi di greenwashing che possiamo incontrare. È importante riconoscere e fermare questa scorciatoia per evitare di essere ingannati e per incoraggiare le aziende a impegnarsi in modo genuino per diventare più sostenibili.

Possiamo fare la differenza educandoci su questo fenomeno, chiedendo trasparenza alle aziende e supportando quelle che adottano pratiche autentiche e responsabili nei confronti dell’ambiente.

È tempo di dire “stop greenwashing” e promuovere un cambiamento reale verso un futuro più sostenibile. Almeno questo è il punto a cui sono arrivati il Parlamento e il Consiglio dell’Unione europea adesso che hanno raggiunto un momentaneo “accordo abbigliamento” in rapporto al Regolamento “Ecodesign”.

Il passaporto digitale: la nuova arma del Regolamento “Ecodesign”

Per fortuna che qualcosa bolle in pentola, almeno provvisoriamente. La situazione che ormai vi descrivo da un po’ è diventata talmente insostenibile che il Parlamento Europeo ha deciso di ritornare sul Regolamento “Ecodesign” e di lavorarci su.

La novità è che, l’intesa trovata per il momento prevede di rendere i prodotti più sostenibili a partire dalla loro progettazione. Come? Iniziando a vietare alle imprese di distruggere i vestiti, i prodotti tessili e le calzature rimasti invenduti.

“Si prevede che ciò disincentiverà fortemente le imprese dal partecipare a questa pratica – si dichiara durante la Commissione Ue. Per Bruxelles, l’insieme delle regole introdotte “favorirà la creazione di posti di lavoro nei settori della manutenzione, del riutilizzo, del riciclaggio, della ristrutturazione, della riparazione e della vendita di oggetti di seconda mano. Si stima che tali attività creeranno da 30 a 200 volte più posti di lavoro rispetto allo smaltimento in discarica e all’incenerimento”.

I vantaggi del passaporto digitale dei vestiti

Alla stregua di queste nuove disposizioni, il regolamento prevede finalmente anche il passaporto digitale dei prodotti. Questa sorta di passaporti elettronici, nello specifico i Digital Product Passaport (Dpp), sarà un nuovo strumento che costringerà le aziende a fornirci tutti i dati del capo in vendita. Dal processo produttivo allo smaltimento.

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Si evidenzierà anche l’impronta ecologica del prodotto, ovvero il suo impatto sull’ambiente. Saranno inoltre fornite informazioni riguardanti le procedure di riparazione, le garanzie, nonché le istruzioni per lo smontaggio, il riciclaggio e altri processi correlati.

Attraverso questo sistema, emergono due importanti lati positivi:

  • il consumatore fa un acquisto consapevole e informato per quel che riguarda il ciclo di vita del prodotto, le caratteristiche di sostenibilità, riciclabilità e provenienza;
  • le aziende sono sollecitate a dar vita a prodotti più durevoli, con ridotto consumo energetico dei processi produttivi e basso utilizzo di sostanze dannose. Un metodo efficace per contrastare l’incessante smaltimento, evitare la distruzione dei capi invenduti e bloccare sul nascere anche nuovi casi di greenwashing

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